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      Le vie dei casali

    Le vie dei casali

    Un'unica panoramica strada, la via Raffaele Bosco, si snoda attraverso le frazioni e i borghi che costituiscono il territorio di Vico, dando la possibilità di scoprire dolci colline, terre coltivate, testimonianze artistiche ed architettoniche, singolar i leggende. Naturalmente è sempre possibile scegliere sentieri alternativi, compiere facili escursioni fuori dei tracciato viario, imbattendosi, lungo la ventina di km del percorso, in realt&agrav e ; e paesaggi multiformi. Il borgo di S.Maria del Toro, a circa 50 metri al di sopra della strada Castellammare‑Sorrento, prima di entrare a Vico, sorse presumibilmente intorno alla chiesa omonima. Si narra che un colono, Nicola Villauto, nel 1452 avesse fatto dipingere in una stalla l'immagine della Madonna col Bambino. Col tempo e l'incuria fu coperta di rovi e poi, miracolosamente, gli abitanti notarono che un toro si genufletteva nel medesi mo sito. La sacra immagine venne alla luce e nel luogo si eresse una chiesa. Questa non è che una delle innumerevoli versioni della medesima leggenda, volta a chiarire perché l'edificio sacro e tutta la contrada avesse preso il nome di S.Maria del Toro; anche se presumibilmente originariamente "toro" derivava da "tauros oros": altur a, zona elevata. Nell'interno della chiesa è da ammirare uno splendido soffitto a cassettoni di faggio e tiglio dei XVII sec., la cupola affrescata che raffigura il Trionfo della Croce e la glorificazione di S.Gaetano e, soprattutto, dietro l'altare principale della seconda metà dei '700, l'affresco rinascimentale della Madonna del Toro: lo stesso che era dipinto sul muro del l a stalla. Su un fianco del campanile si apre un per corso a gradoni che conduce alla via dei Mulini, creata da Alfonso D'Aragona per collegare Vico a Castellammare ed immersa tra olivi e castagni. Lungo la strada che conserva l'originaria pavimentazione fu costruito, nel 1478, l'acquedotto che alimentava il mulino a forma di torre. Si può quindi raggiungere Via Scrajo immersa nel verde o, salendo tra gli oliveti, il Convento di S.Francesco, collegato al centro di Vico dalla via Raffaele Bosco. Dallo spiazzo antistante il complesso conventuale che domina Vico dall'alto con la caratteristica mole rossa del suo campanile, si gode il panorama della costa e delle colline circostanti, visibile anche dal Belvedere dove si erge il monumento dedicato a S.Francesco dallo scultore Emilio Greco nel 1977. All'interno della chiesa, consacrata dal Vescovo Pace nel 1744, ad una sola navata con cupola ottagonale, è custodita la statua bizantina di S.Maria a Chieia, originariamente in tufo e successivamente colorata come le statue lignee settecentesche. Di estremo interesse è l'oratorio del convento, al quale si accede, dietro richiesta. Adorno di maioliche settecentesche di scuola napoletana, reca al centro l'emblema del "toson d'oro", che attesta il collegamento di questo Convento all'ordine istituito da Filippo III nel 1429. Sovrastante è un’affresco del 1636, firmato da Ludovico Spagnolo, raffigurante "L'UItima Cena". Dal cimitero sottostante il convento, si può imboccare a sinistra un sentiero, il cui percorso antichissimo costituiva un tratto della via Minervia che terminava a Punta Campanella, che porta, in circa mezz'ora di cammino, alla Sorgente della Sperlonga, tra olivi, castagni e con ai piedi lo splendido panorama della costa e del Vesuvio. Una volta ritornati sulla via Raffaele Bosco e superata la frazione di S.Andrea, si arriva al casale di S.Salvatore. Attraverso una stradina attorniata da case coloniche si raggiunge la Chiesa di S.Maria delle Grazie: una cappella dalle tinte pastello che conserva, in una nicchia all'altezza del pavimento, un'immagine di Madonna che è oggetto di grande devozione. Si dice infatti che fu ritrovata su un muro da alcuni contadini, che e ressero sul luogo una chiesetta. Continuando per lo stesso sentiero si raggiunge una collinetta pietrosa ed assolata che domina Vico e la costa . Salendo tra la macchia mediterranea, con nell'aria il profumo di finocchio selvatico, si raggiunge una grotta seminascosta dagli arbusti, detta "Grotta dell'eremita": sulla parete di fondo è scolpita, in altorilievo una Madonna coi Bambino e S.Giuseppe. Lasciatesi alle spalle la quiete e la semplicità di S.Salvatore e proseguendo lungo la statale, si raggiunge Massaquano, il più antico casale di Vico. Nel cuore del borgo si erge la chiesa di S.Giovanni Battista del XIV sec., da dove parte la suggestiva processione che conduce la statua di S.Maria a Chieia fino al convento di S. Francesco, lungo l'antico sentiero che univa il Casale al complesso monastico. Poco distante dalla parrocchiale, immersa nell'oscurità di un sottopasso, si incontra la cappella di S. Lucia. Di struttura gotica, con volta a crociera, fu eretta da Bartolomeo Cioffi nel 1385. Di recente sono stati portati alla luce una parte degli splendidi affreschi del XIV sec., che adornavano tutte le pareti. Ha ritrovato così l'antico splendore l'Assunzione della Vergine, articolata in due scene: la "dormitio" o morte e la "coronatio" o incoronazione, in parte mutila. Lasciata la luminosità dorata degli affreschi si prosegue verso Moiano, poco distante dalla cima del Faito . L'aria si fa più sottile e sembra avvolgere le case che si stringono attorno alla cupola e al campanile della chiesa di S.Renato, vescovo di Sorrento nel 425, la cui statua lignea è conservata nella chiesa del XVI sec . Procedendo verso Ticciano, si apre via Gradoni che conduce a S.Maria di Castello. Poche case contadine che si contano sulle dita di una mano, con aie e animali da cortile , campi coltivati e una lunga gradinata che conduce ad una piccola cappella dei sec. XV In questo luogo silenzioso e tranquillo, che doveva essere un posto fortificato o di guardia nel lX sec. quando la zona era confine tra il Ducato di Amalfi ed il territorio equense, si rifugiarono gli abitanti di Vico nel 1656 per sfuggire alla pestil enz a. Immergendosi nel sentiero che attraversa fitti boschi cedui di castagno, si raggiunge uno spiazzo erboso con una vista splendida a strapiombo su Positano. Di fronte il Monte Comune, che fa da spartiacque tra il golfo di Salerno e quello di Napoli, raggiungibile attraverso un sentiero marcato, che si fa strada tra ginestre ed erica. Ridiscendendo lungo la Raffaele Bosco ci si avvicina a Ticciano e a Preazzano dove il castagno, grazie all'abilità ed all'esperienza di un'antica forma di artigianato, diventa cesti o meglio sporte per frutta, pesce, verdura o semplicemente ornamentali. Il legno , messo nel forno ad asciugare, viene tagliato a lunghe strisce e poi lisciato ed intrecciato: tutto a mano e con grande pazienza. Con ancora negli occhi l'abilità nel forgiare il castagno si giunge ad Arola, alle pendici del Monte Comune, il cui nome deriva dalla radice latina "rus'': campo coltivato. Nelle tante stradine che tagliano gli orti e si arrampicano sulla collina, si trovano ancora preziose testimonianze di edilizia contadina, nelle armoniose linee delle abitazioni dalle volte estradossate, con le coperture realizzate, fino al secolo scorso, con pietrame coperto di battuto di lapillo e latte di calce. Il fulcro di questo casale è la chiesa di S.Antonino dei XVI sec., dedicata al Santo che, secondo la leggenda, pur diretto a Sorrento, si sarebbe fermato e dissetato ad Arola. Superata Arola e imboccando via Camaldoli si arriva alla collina di Astapiana e una volta oltrepassato l'arco sormontato da una torre merlata si raggiunge l'ex Convento Camaldolese del XVI sec. attualmente proprietà privata. Il complesso conventuale caduto in rovina nel 1800 fu restaurato dal Conte Giusso che ne divenne il proprietario. Un ampio piazzale, ombreggiato da lecci e querce, offre allo sguardo un panorama senza limiti della costiera sorrentina. La villa dei primi del '600 è affiancata da una decina di case coloniche, che erano una volta le celle dei monaci. Abbandonata la suggestione dell'antico complesso monastico, scendendo per Fornacelle, dopo aver ammirato la piccola chiesa settecentesca di S.Pietro e Paolo con la facciata ricurva ed il piccolo campanile che custodisce un orologio di maiolica, si può deviare verso Pacognano. Percorrendo la stradina di Casa Cafiero si ammira la villa cinquecentesca che ospitò GiovanBattista Della Porta, poeta, scienziato, filosofo; oggi proprietà privata e non in splendide condizioni. Dopo aver visitato la chiesa settecentesca di S.Maria, con i resti di una bella pavimentazione maiolicata nell’interno e, con, difronte al cancello d'ingresso, il quadro anch'esso settecentesco in maiolica raffigurante Cristo in croce, si può riprendere la Raffaele Bosco e scendere verso il casale di Seiano che domina la piana di Equa, il cui nome, di origine romana, sta ad indicare la presenza di “una gens Seja . Il borgo risale probabilmente al 1300, allorquando sorse anche la cappella di S.Maria delle Grazie, sul cui muro era dipinto un’affresco di una Madonna coi bambino, che si trova attualmente sui portale d'ingresso della chiesa di S.Maria Vecchia, sorta nel XVI sec., al posto della primitiva cappella, dopo un crollo che salvo miracolosamente solo il muro con l'immagine sacra. La chiesetta è un vero santuario che custodisce una collezione singolare di ex voto: quadri eseguiti dai fedeli con tecniche diverse e tutti, o quasi, di argomento m a rinaro. Entrando nel casale si incontra la chiesa di S.Marco Evangelista, a pianta rotonda e di stile neoclassico con un’ampia cupola. Nell'altare maggiore sono custodite, ai lati dei tabernacolo, le “chartae glori ae” in lamina d'oro. Dalla cappella del Crocifisso, ogni tre anni, la sera del Venerdì Santo, parte una processione in costume che ripropone le fasi salienti della Passion e di Cristo e da Seiano raggiunge Vico. Imboccando la stretta stradina di via Punta La Guardia, tra le bianche case dei contadini con il soffitto a volta, i balconcini di pietra protesi nel vuoto, ci si può avventurare per gli stretti percorsi che si fanno strada tra limoni, aranci, ulivi ed orti, per raggiungere, in circa un quarto d'ora di cammino, la torre di Punta Scutolo che domina la costa. Uscendo da Seiano ed immettendosi sulla statale che va verso Sorrento, sulla destra si incontra, dopo poche panoramiche curve, la deviazione che porta a Montechiaro. Ci si inerpica tra bianche case piene di fiori ed il lastricato della via ti conduce a salite impervie, dove si aprono i portoni in tufo e le distese degli orti con i limoni che si intrecciano alle viti. La chiesa di S.Pietro e Paolo domina la piccola piazza dei paese, mentre S.Maria delle Grazie fronteggia, isolata sopra una collina, una terrazza che si protende sui mare. Se si imbocca via Calvania, quindi via Emanuele e via Casini tra larghe distese di terre coltivate, si raggiunge una collina dove sorgono i resti diroccati del Casino di caccia di Ferdinando lI.