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    Dalla leggenda alla storia

    Dalla leggenda alla storia

    Su un grande banco tufaceo che domina il tratto della Penisola sorrentina che va da Scrajo a Punta Scutolo, si distende Vico Equense: paese aperto a ventaglio, bagnato dal mare, circondato da colline verdeggianti e rupi assolate, rifugio un tempo dei falchi pellegrini, addestrati alla caccia per volontà dei sovrani angioini, che segnarono con il loro passaggio la storia e l'architettura di questo centro costiero.

    Il territorio di Vico Equense è il più esteso della Penisola sorrentina, perché comprende, oltre la cittadina omonima, una serie di piccoli borghi su morbide alture fitte di agrumeti, viti ed olivi: i Casali, sorti come estremo rifugio degli abitanti di queste zone, allorquando le scorrerie saracene avevano trasformato il mare in una fonte continua di pericoli e distruzioni. Storia, leggenda e mito creano un originale intreccio che riporta ad un passato denso di mistero.

    Le verdi distese di olivi riconducono al culto di Minerva che aveva fatto dono di questa pianta all'Attica per esserne riconosciuta sovrana, i pendii dei Monte Faito evocano streghe e folletti che li avrebbero scelti come dimora; le grotte, rifugio degli eremiti, testimoniano l'antica devozione per la Madonna dei Toro, dispensatrice di miracoli.

    L'origine del nome dell'antica Acqua probabilmente deriva dalla natura " piana" dei territorio in contrapposizione alla catena collinosa e montuosa che lo circonda. Il termine "aequana" compare per la prima volta nel poema "Punica" di Silio Italico, anche se ci sono molti dubbi che il riferimento sia al territorio sorrentino, quando parla della morte, nella battaglia del Trasimeno, di un certo Murrano. Non si può escludere però che già le popolazioni degli Osci e degli Ausoni, che entrarono in contatto con gli Etruschi la cui civiltà si era diffusa lungo il tratto costiero che va da Pompei a Pontecagnano, abbiano così denominato il villaggio sorto sulla costa sorrentina.

    Una "oinochoe" in bucchero, databile al Vi sec. a.C. e custodita nell'Antiquarium di Vico, reca incise alcune lettere in alfabeto di m atrice esca e rappresenta una traccia tangibile dei primi insediamenti di epoca preromana. Successivamente i Sanniti, provenienti dai monti dei Sannio, si fusero con i romani di cui subirono l'egemonia.

    Il vi cus romano era probabilmente un borgo, un villaggio dipendente da Stabia, che contribuiva all'incremento della potenza di Roma, fornendogli guerrieri valorosi, fino a quando non decise di schierarsi con la Lega Sociale. Il borgo pagò cara la sua ribellione: Silla nell'89 a.C. lo rase al suolo e, come tutti i territori collegati con Stabia, subì l'espropriazione e i suoi abitanti furono dispersi. Ma, come ac cadde spesso nelle alterne vicende storiche che contraddistinsero queste terre, Aequa rinacque con l'avvento dell'imperatore Augusto, allorquando la Penisola Sorrentina venne dichiarata colonia romana. Lungo la fascia costiera che va dall'attuale Marina di Vico sino a Punta Scutolo, una volta contigue e non separate dal mare, nel sec. I a.C. sorsero una serie di ville marittime, che avevano già rese celebri Stabia e Baia. Un prezioso gruppo marmoreo raffigurante Amore e Psiche, ritrovato nei resti di una villa in località Pezzolo a Marina d'Equa e custodito nel Museo nazionale di Napoli, riporta a quel periodo aureo, quando i Romani sapevano apprezzare le dolci colline e i promontori che sfidavano il mare.

    Ma l'anima di fuoco di queste terre non tardò a risveglia rsi . Il paese risorto sul promontorio e le ville marittime, dopo avere subito nel 62 e nel 64 d.C. tremendi terremoti, furono sepolti dal lapilli eruttati dal Vesuvio nel 79 d. C. : anno che vide la distruzione di Pompei, Stabia ed Ercolano. Dopo lo splendore imperiale e la catastrofe dell'eruzione, Vico entrò in un lungo tunnel buio, segnato dalle devastazioni operate dai Goti nel Vi sec,, che provocarono la nascita di un borgo all'attuale Marina d'Equa, dove sorse anche l'Episcopio con la Cattedrale, e di un altro nucleo abitativo nella zona dell'attuale Chiesa di S.Ci ro . Le incursioni saracene dei sec, lX indussero gli abitanti di Aequa a cercare un definitivo rifugio sui mo nti . E poi secoli di silenzio, fino a quando nel XIII sec., con l'avvento degli Angioini a Napoli, Vico fu eletta "Università" Non c'è traccia dell'atto istitutivo e non si può quindi stabilire in quale anno il territorio equense fu staccato da Sorrento. Il più antico documento reperibile & egrave; la lettera di Carlo I D'Angiò del 19 aprile 1277 diretta al giustiziere dei Principato, Diventato il territorio equense Comune, Vico ne fu il capoluogo, aggiungendo l'appellativo equense per distinguersi da altri centri abitati che avevano lo stesso nome, e diede un apporto determinante nel l'allestimento della flotta per la crociata di Luigi lX, re di Francia, contro Tunisi.

    Vico però, priva di qualsiasi costruzione difensiva, fu preda degli attacchi del Pisani, degli Aragonesi e degli stessi Sorrentini che, tradito il re Carlo l nei 1284 davanti al porto di Napoli, assalirono i Vicani che gli si erano mostrati fedeli. Fu solo dopo il 1271, quando Carlo li D'Angiò ebbe in dono dal padre Sorrento e Vico, che quest'ultima fu ricostruita là dove un tempo sorgeva il pago romano e, come richiesto dagli abitanti, fu circondata da mura difensive.

    Dopo il periodo angioino e le spedizione punitive di Alfonso I D'Aragona per indurre Vico all'ubbidienza, la storia di questa cittadina fu contraddistinta dal suo alternarsi come feudo di varie famiglie: dai Carrafa ai Durazzo.

    Un sussulto di vitalità l'ebbe nuovamente durante il periodo della Repubblica Napoletana, alla quale aderì grazie all'intervento del suo Vescovo Monsignore Natale: quest'ultimo pagò per le sue idee liberali e fu giustiziato a Napoli dai Borboni nel 1799.

    Le tracce delle diverse civiltà che si sono succedute in queste terre si leggono nelle chiese, sui portali, nelle cupole maiolicate e nell'architettura caratteristica dei Casali, dove la vita scorreva tranquilla, dedita alla pastorizia ed alla agricoltura.